martedì 29 novembre 2016

La mamma del portiere

Lo so che il mio blog si occupa di conciliazione lavoro e famiglia, ma io oltre ad esse una madre-lavoratrice sono anche una  "Mamma-del-portiere alla quadrato", avendo entrambi i figli portieri.

Per questo vorrei esporre  il mio punto di vista sull'argomento.

Infatti spesso si parla di calcio, dei genitori, ma poco si dice delle mamme che seguono i figli nello sport.


Ho iniziato a seguire il calcio solo da pochi anni, ossia da quando i miei figli hanno iniziato a giocare, e ho capito che il portiere è un ruolo solitario.


Parlando con i compagni dei miei figli è emerso che alla loro età il bello di questo sport è fare gol: l'adrenalina che scorre dopo che la palla è entrata in rete, la gioia di familiari e amici sugli spalti, gli applausi.

Per il portiere è diverso. Sta lì, fermo davanti alla porta, e aspetta. Deve cercare di intuire cosa faranno gli avversari, e spesso anche i compagni, per anticiparli. Deve avere la giusta freddezza di non muoversi troppo presto, ma neppure la paura di uscire.

Vedo molti ragazzini, che adorano giocare a calcio, correre, fare gol, ma non molti che scelgono il ruolo di colui che il gol lo prende. Perché a volte la palla rimane salda tra le mani, ma spesso non si prende ed entra in rete.

Spesso il portiere nelle squadre dei piccoli si fa a rotazione. A volte è il ruolo di quello che con i piedi non è un granché, e si mette in porta per non fare danni, altre volte ti trovi in porta perché sei grande e grosso, altre invece gli allenatori vedono in te un futuro “angelo tra i pali” e ti iniziano a questo ruolo.

Questi estremi difensori in erba hanno dei genitori che, secondo me, vivono la partita in modo diverso rispetto ai genitori degli altri calciatori.

I genitori guardano i loro figli in campo correre, rincorrere la palla e calciare. Li vedono stanchi e affannati, sudati, li vedono cadere e rialzarsi.

La mamma del portiere invece ha prospettive diverse, a seconda tipo di partita.

Nell'ipotesi in cui si giochi con una squadra rispetto alla quale si è superiori, la mamma vede il proprio figlio, non toccare una palla o quasi, lo vede che se ne sta tutto solo dalla parte opposta del campo rispetto a dove si sta cercando di fare gol e quindi comincia a chiedersi: " avrà caldo?", "avrà freddo?"," avrà messo la termica?", " perché non saltella un pò per riscaldarsi? " ; e  combatte con l’assurdo desiderio di voler andare vicino alla porta per intrattenerlo in quella che le sembra un'immensa solitudine.

Nell'ipotesi in cui gli avversari siano più forti il figlio-portiere sembra bombardato da palle che arrivano da ogni parte e che non sempre riesce a parare. 
Il nostro piccolo (la definizione vale anche per quelli che a 12 anni sono alti 1,70 m) è super impegnato a cercare di parare  l'impossibile, lo vediamo come se fosse di fronte a un plotone di esecuzione, solo con i suoi guantoni. E’ sempre in agguato il terrore che sbatta la testa contro un palo o che si faccia male in un’uscita.

Se fa delle belle parate siamo orgogliose, ma lo siamo anche quando nonostante tutto l'impegno non è riuscito ad arrivare sotto il sette. 
Quando li vediamo felici, non ci spaventa neppure togliere dall'imbottitura delle maglie e dei pantaloni i miliardi di pezzettini verdi che rimangano attaccati dai campi sintetici.

Noi mamme di portieri siamo quelle che riusciamo meglio a capire il ruolo dei nostri figli, perché è "sempre colpa del portiere", così come in casa è "sempre colpa della mamma".

lunedì 21 novembre 2016

Bimbi al nido, bimbi felici

Care mamme lavoratrici basta sensi di colpa. 

Uno studio sull'argomento condotto dalla Columbia University, dalla London School of Economics e dalla Oxford University, è apparso sulla rivista scientifica Social Choice and Welfare.

Tale studio  ha dimostrato che i bambini delle mamme che lavorano hanno maggiori capacità sociali, linguaggio più sviluppato e una tendenza al problem solving più spiccata rispetto ai bambini di mamme casalinghe.

I bambini che passano le giornate al nido sviluppano capacità di problem solving, perché l'abitudine ad affrontare piccole questioni quotidiane sviluppa l'intelligenza necessaria alla risoluzione di problemi.

Inoltre sembra che stiano meglio anche dal punto di vista psicofisico perché lo sviluppo intellettuale non è  determinato solamente dalla presenza attiva dei genitori fin dalla nascita, ma anche e soprattutto dal tempo trascorso coi loro coetanei.

Quindi care amiche portiamo con tranquillità i nostri figli al nido, cresceranno più sicuri di loro stessi e più aperti al mondo.

Purtroppo in Italia, una mamma lavoratrice deve iscrivere il figlio al nido ancora prima che nasca e sperare di trovare posto, sempre che poi riesca a pagare dalle 400 alle 600 euro al mese.

Non tutti riescono a investire, nel vero senso della parola, su questo periodo dei bambini, togliendo così loro anche la possibilità di socializzare  crescere.

Spero fortemente che in futuro ci possa essere una maggiore attenzione e maggiori contributi rivolti alla creazione di queste strutture che sono così fondamentali per la crescita dei nostri figli e base fondamentale della conciliazione famiglia-lavoro.

domenica 6 novembre 2016

Capitale umano, questo sconosciuto.

Un interessante articolo apparso su "La Voce" dal titolo Per la crescita ripartire dalle risorse umane fa notare come la globalizzazione e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno reso centrale nell’economia il ruolo delle risorse umane e della capacità di valorizzarlo.

 Una capacità, quest’ultima, che deve essere presente soprattutto nelle classi dirigenti dei paesi, sia in ambito pubblico sia in ambito privato.

Bruno Pellegrino e Luigi Zingales hanno attribuito la mancata crescita italiana proprio alla scarsa meritocrazia nel reclutamento del personale da parte delle piccole imprese italiane. 

Questa lettura trova conferme in alcuni contributi che mostrano come uno dei tratti distintivi del nostro sistema imprenditoriale sia la prevalenza di piccole e medie aziende a gestione famigliare che si caratterizzano per stili, sia nelle pratiche di reclutamento che di gestione, poco adatti alla valorizzazione delle risorse umane: in particolare, la tendenza a utilizzare meccanismi di reclutamento informale e a selezionare i manager all’interno della famiglia, l’adozione di modelli organizzativi molto centralizzati, lo scarso uso di sistemi retributivi premiali.

Ulteriore sostegno alla tesi proviene dal lavoro di Fabiano Schivardi e Roberto Torrini dove si mostra che un imprenditore laureato – in un paese come l’Italia che ne ha una ridotta quota – assume il triplo di laureati rispetto a uno non laureato.


Alla luce di quanto sopra emerge come sia necessario non solo una maggior valorizzazione dei processi educativi, ma anche una maggior importanza all'interno delle aziende di sistemi retributivi che premino la proattività e la capacità manageriale intesa come capacità di gestione e non di capacità di passare più ore in ufficio. Purtroppo fino a quando questo non sarà attuato non solo il capitale umano femminile non verrà incentivato nell'industria italiana, ma anzi si incrementerà la fuga dei cervelli in quei paesi dove si viene valutati per obiettivi e non per presenza.

Solo quando il metro di valutazione sarà la capacità di raggiungere gli obiettivi le mamme lavoratrici potranno finalmente emergere e far comprendere che essere mamme non rende "deficienti" ma " efficienti".